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“Il gran finale del Festival di Contemporanea”
  di Ilaria Baleani, pianista e musicologa
 

 

 

Un lusinghiero successo di pubblico ha concluso l’ultimo appuntamento del Festival di Musica Contemporanea organizzata all’interno della Stagione Concertistica della Gioventù Musicale Italiana sezione di Fermo, Domenica 30 gennaio 2011 alle ore 17.30 presso il Salone dei ritratti.
 

Recital prezioso dal taglio tutto particolare con protagonisti di assoluto rilievo: Fausto Bongelli (nella foto a sinistra) e Stefano Battaglia (in foto sotto a destra), pianisti, in un doppio livello di ascolto: l’uno che esegue un breve brano di Nuova Musica sul quale, poi, l’altro improvvisa.

 

 

Un concerto dalla forma davvero originale e brillante considerato il folto ed entusiasta pubblico presente, una “ricetta” sicuramente vincente per appassionare alla Musica Contemporanea spesso considerata un mondo per pochi, esaltando l’importante aspetto propriamente comunicativo verso il pubblico.
 

Due figure diverse di esecutori che si alternano al pianoforte apparentemente contrastanti (Musica strutturata che segue Bongelli e improvvisazioni di Battaglia) ma in realtà legate da un giocoso dialogo d’intesa musicale e artistica che si percepisce sin dal primo istante e che il duo realizza regalando circolarità scenica.

Complice del successo, oltre al calibro artistico dei due interpreti di assoluto rilievo nel panorama della Nuova Musica, anche la scelta antologica dei brani: compositori storici e contemporanei per spaziare fra i diversi mondi sonori.


Il concerto si apre con “Dream” (1948) di John Cage, una semplice linea melodica, sognante e meditativa in cui talvolta gli ultimi suoni diventano “fermi” in punti di arresto che Fausto Bongelli sa ben rendere creando sospensione; un breve brano per lasciare subito la tastiera a Stefano Battaglia, che fa percepire immediatamente una genuina spontaneità per assaporare l’ispirazione autentica del momento. E Battaglia sorprende sin dalla prima nota: alla dolce melodia decantata da Bongelli, l’improvvisatore risponde con un effetto di tecnica moderna: una nota del registro grave percossa ma “smorzata” dalla pressione del dito direttamente sulla corda stessa della nota. Un esito sonoro davvero particolare che desta subito magnetismo fondato sul perno acustico in cui si muove la melodia originale di Cage la cui suddetta percussione diventa un “ostinato”, cui vengono abbinati via via per contrasto delicati accordi finemente timbrati. Questa antitesi fra il percosso del grave e gli accordi si infittisce in un tessuto sempre più intenso e coinvolgente: ma nel finale riappaiono solo gli accordi dal carattere sognante in sapienti armonie destinate a sciogliersi nella linea melodica che era stata eseguita da Bongelli, sempre più delicatamente….fino a scomparire.


Lo stile futurista con echi gershwiniani caratterizza il secondo brano di Giacinto Scelsi, “Rotativa” (1929) che Bongelli interpreta sicuramente in simbiosi con lo spirito del brano in maniera energica e travolgente, rendendo la giusta oscillazione perenne dei salti del basso cui si sovrappongono gli accordi della mano destra in una sorta di rag-time. Dopo pochi istanti di indugio, Battaglia riprende l’incipit di “Rotativa”
sviluppandolo in una notevole trama contrappuntistica di sonorità aspre, esaltandole fino all’esasperazione in impetuosi slanci espressivi. Nella qualità del suo contrappunto improvvisato si riconosce la sua passata inclinazione bachiana.


Un’atmosfera da “carillion” scende in sala quando Fausto Bongelli inizia il brano di Arvo Part “Variationen zur Gesundung von Arinushka” (1977), una melodia dal sapore quasi infantile resa con grande pathos un controllo di suono sottilissimo e al tempo stesso dolcissimo del pianista. Il brano è fondato sul sistema dei “tintinnabuli”, quasi come una culla per chi ascolta. Prima di entrare nella sua “bolla” e iniziare a far scorrere musica come un fiume in piena, Battaglia fa permanere nella sua improvvisazione il carattere dolce del brano armonizzando alcuni finali di frase quasi a ricordare la figura del “Maestro raro” di Robert Schumann in chiave moderna, con un calore che riesce a far vibrare quelle corde nostalgiche che scorrono in ognuno di noi.


La leggenda irlandese secondo cui la vita nasce dalla marea emerge nel suggestivo brano di Henry Cowell “The Tides of Manaunaum” (1917) con un inizio dai toni tetri, quasi macabri, forse a delineare i meandri più profondi del mare: il primo suono è la scala di do suonata pianissimo sul registro più basso, in un cluster in cui cioè tutti i suoni della scala sono schiacciati contemporaneamente; con questo brano di matrice descrittiva Bongelli riesce regalare veri e propri fotogrammi. L’improvvisatore sviscera un ad uno i suoni del tetro cluster iniziale di cui Cowell è stato "l'inventore" (grappoli di suoni appunto prodotti dal palmo della mano e dai gomiti ), inserendo di tanto in tanto qualche tiepido accordo: sembra quasi una colonna sonora di un thriller in cui proprio qui più di ogni altro brano la musica, grazie alla bravura dei due pianisti, svela proprio tutto il suo sublime potere immaginativo.


In contrasto con il carattere della precedente composizione entra quella del compositore marchigiano Tonino Tesei “In minimal style 1&2” (1986): spicca da subito una grande motricità, una sorta di “moto perpetuo” sulle cinque dita su cui piovono in ritmo contrastante interventi accordali della mano destra, il tutto reso dal pianista fermano con gran brio e maestria ritmica. Lo stesso moto viene poi ripreso in forma di alternanza fra le due mani dove l’interprete sfoggia ancora una volta tutto il suo milieu tecnico. Un brano sicuramente entusiasmante che regala un finale a sorpresa con un arresto improvviso. Ottimo materiale si rivela per Battaglia che riparte dal moto vivacissimo che però raddoppia da subito con entrambe le mani fino a condurlo all’esasperazione giungendo ad un finale impetuoso e pirotecnico anch’egli nell’alternanza delle due mani con salti a velocità vertiginosa tanto da trasportare il pubblico in un vortice incandescente.


Chiude il concerto “Dreaful Memories” (1978) di Frederc Rzewsky tornando ad una musica apollinea: una semplice melodia con struttura tripartita: la parte centrale si snoda in un simpatico dialogo giocoso tra le ottave del basso e gli accordi della destra. E Bongelli si congeda al pubblico terminando delicatissimo…. Allo stesso modo Battaglia continua nella linea della dolcezza e dell’espressione scegliendo armonie che creano atmosfere calde e rilassanti; la parte centrale viene elaborata in forma quasi jazzistica con sincopati e volatine, sempre in maniera misurata e mai energica, per riprendere prevedibilmente la dolcezza iniziale e terminando quasi in un soffio, palesando l’aspetto labile di questa arte che si dissolve nota dopo nota….